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Cosenza: l’identità perduta e una cattiveria che non si vede

L’impressione è di osservare una squadra dalla resa troppo facile e senza carattere, caratteristica che non la danno né i campionati vinti e tanto meno le presenze in Serie A o in B…

Nell’ultima conferenza stampa nel ventre del Marulla, il giorno prima della partita con il Cittadella, l’allenatore Caserta ci ha tenuto a sottolineare che il suo Cosenza ha una identità (da quello che si è visto soprattutto a inizio stagione, ma da un po’ perduta). Per poi aggiungere che la squadra deve diventare più cattiva e imparare a percepire prima il pericolo.

Di tutto questo non se n’è vista nemmeno l’ombra al Tombolato. L’identità è stata stravolta, la cattiveria la si dovrebbe cercare con la lente di ingrandimento. E sul fatto che i pericoli bisogna percepirli prima basta rivedersi l’azione che ha portato alla punizione dal limite, all’errore da principianti in barriera, la giocata da cui è nato il calcio d’angolo dal quale è arrivato il 2-0 con disattenzione in marcatura inclusa.

L’identità è una cosa seria. E se la perdi, vai in confusione. E il Cosenza di oggi è in confusione: la fotografia è la prestazione di Marras, attaccante esterno che fa la mezzala destra per poi andare sulla fascia e spesso accentrarsi dietro le punte. Di tutto di più nella stessa partita. Oppure Mazzocchi posizionato da trequartista dietro le due punte Tutino e Forte ma che svaria a destra, a sinistra, in avanti. Che tira in porta e che te lo ritrovi al limite dell’area di rigore a fare il difensore aggiunto.

Il tutto, questa è l’impressione, per difendere una idea di gioco che a oggi questa squadra non regge. Perché è vuota mentalmente, perché vive di mal di pancia all’interno dello spogliatoio. Perché manca la cattiveria necessaria per essere competitivi in un campionato sempre difficile qual è quello di Serie B. Così com’è, non sembra essere la squadra capace di giocarsela con tutte, come ha detto tempo fa il direttore sportivo Gemmi.

Questa sembra una squadra dalla resa facile, senza carattere. E il carattere, sia ben chiaro, non è una dote che viene garantita dalle presenze in Serie A o in Serie B, oppure il palmares dei campionati vinti ma buoni solo da esibire quando si frima un contratto. Ci sono calciatori che nella loro carriera hanno vinto campionati grazie a compagni di squadra che facevano la differenza, dentro e fuori dal campo. I giocatori di carattere sono quelli che in un gruppo trascinano, che hanno la forza dei leader. E quelli costano molto, ma molto di più dei 400 mila euro netti che può guadagnare un attaccante di categoria.

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